Il cambiamento climatico è un fenomeno che non rispetta i confini nazionali e per intervenire sono necessarie misure di protezione ambientali efficaci e deve essere sviluppato un meccanismo internazionale di coordinamento tra gli Stati.

Nel 1997 è stato sottoscritto il Protocollo di Kyoto, strumento attuativo della Convenzione Quadro sul cambiamento climatico, entrato in vigore solo nel 2005.

Il protocollo fissava regole ed obblighi più dettagliati allo scopo di ridurre la concentrazione nell’atmosfera dei gas ad effetto serra, responsabili del surriscaldamento del pianeta e degli sconvolgimenti del clima.

Il protocollo di Kyoto è stato firmato da vari stati ma non tutti si sono realmente ingaggiati in termini di riduzione dei gas ad effetto serra. Ad esempio, la Russia non si è realmente impegnata a perseguire questo obbiettivo, Canada e Stati Uniti si sono addirittura staccati dal protocollo e il fatto che gli Stati Uniti e la Cina non l’hanno firmato ha diminuito la portata dello stesso.

Nel corso degli ultimi vent’anni la questione ambientale ha acquisito sempre più importanza nell’agenda internazionale e mentre in passato il problema del cambiamento climatico era considerato un tema importante ma secondario, oggi, tutti gli attori internazionali sono costretti ad analizzarlo e a tenerlo in considerazione per l’attuazione di politiche nazionali e globali.

Nel dicembre 2015 in occasione di Cop 21 è stato approvato l’Accordo di Parigi in cui per la prima volta dopo oltre 20 anni di negoziati 195 Stati (dunque la comunità internazionale tutta) hanno sottoscritto l’impegno per contenere entro questo secolo l’aumento della temperatura media della Terra “molto al di sotto” dei 2°C, il più possibile vicino alla soglia di sicurezza di più 1,5°C rispetto all’era pre industriale. Di fatto l’accordo fa propria la richiesta della comunità scientifica che nell’ultimo rapporto dell’IPCC, il Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, denuncia i pericoli per l’umanità nel caso di superamento di tale soglia. Inoltre, 187 paesi, tra cui i grandi emettitori di gas serra compresi Cina, India, USA, …, attraverso i c.d. INDC (Intended Nationally Determined Contributions) hanno assunto precisi impegni di riduzione delle emissioni a livello nazionale da qui al 2030.

Sempre nel 2015, per l’esattezza nel mese di settembre, è stata sottoscritta l’Agenda 2030 il programma d’azione delle Nazioni Unite con i 17 obiettivi sviluppo sostenibile da raggiungere al fine di assicurare uno sviluppo dignitoso alle generazioni attuali e future entro i limiti del pianeta terra. Il tema del cambiamento climatico è trattato dall’obbiettivo 13.

“Le emissioni di gas a effetto serra, derivanti dalle attività umane, sono la forza trainante del cambiamento climatico e continuano ad aumentare. Attualmente sono al loro livello più alto nella storia. Se non si prendono provvedimenti, si prevede che la temperatura media della superficie terrestre aumenterà nel corso del XXI secolo”.

Questo è ciò che affermano le Nazioni Unite riguardo al cambiamento climatico e ai suoi sviluppi nell’obbiettivo 13.

Un chiaro riferimento è fatto alle attività umane che sono la causa principale del mutamento delle condizioni meteorologiche, dell’innalzamento del livello del mare e di altri fenomeni meteorologici ancora più estremi.

Anche se il riscaldamento globale è principalmente causato dalle emissioni legate alla produzione di energia, le attività agricole, gli allevamenti e le filiere alimentari possono fornire un contributo importante alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.

Un modo per contribuire al miglioramento di questo fenomeno e al raggiungimento dell’obbiettivo 13, quindi, può trovarsi nell’attenzione posta nel sistema alimentare e nella messa in pratica di un’agricoltura sostenibile.

A parte il disboscamento, le cause principali delle emissioni di gas ad effetto serra imputate all’agricoltura sono l’utilizzo di fertilizzanti (38%) e l’allevamento animale (31%), sotto forma di metano e di protossido di azoto21.

L’agricoltura che si è sviluppata negli ultimi 50 anni ha avuto un impatto ambientale devastante a causa dell’utilizzo di derivati del petrolio e anche a causa della diffusione di monocolture.

Uno studio condotto dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) ha affermato che l’agricoltura e il consumo alimentare sono tra i principali agenti di minaccia ambientale con particolari effetti sul cambiamento degli ecosistemi e del clima.

Si è valutato che nel 2005 il 9% delle emissioni totali di gas serra dell’Unione Europea era imputabile all’agricoltura e che che il settore alimentare era responsabile del 31% delle emissioni di gas serra da parte degli allora 25 stati membri dell’Unione.

Anche la produzione di carne contribuisce all’aumento della quantità di gas serra, consideriamo che la produzione di un solo chilogrammo di carne di manzo genera una quantità di gas serra pari a 36,4 kg di anidride carbonica.

Riguardo alla produzione alimentare è importante tutelare e sostenere lo sviluppo di economie di piccola e media scale a livello locale, economie che si occupano di un’agricoltura sostenibile e sana che ha come priorità il sistema ecologico. Il cibo locale è più fresco e permette di evitare i chilometri percorsi da un paese al altro e richiede meno imballaggi.

Il modello di agricoltura agroalimentare industriale è la causa di uno sfruttamento eccessivo ed irresponsabile delle risorse naturali del nostro pianeta producendo alti tassi di inquinamento.

La biodiversità è minacciata dall’agricoltura intensiva, infatti, un terzo delle razze autoctone (suine, ovine, bovine) è estinto o in via di estinzione.

I consumatori hanno un ruolo significativo nel sistema agricolo e alimentare. Nei paesi più sviluppati, ad esempio, il consumo di carne è estremamente elevato grazie anche al fatto che i costi sono molto bassi. Ciò è un pericolo sia dal punto di vista della salute che dal punto di vista ambientale.

É assolutamente necessario un atteggiamento più responsabile e informato da parte dei consumatori.

Come dichiarato dall’associazione internazionale Slow Food, un’agricoltura sostenibile riduce la dipendenza dai combustibili fossili, si basa su tecniche che conservano l’umidità e l’anidride carbonica del suolo, protegge il terreno dall’erosione, rallenta il processo di desertificazione e utilizza l’acqua in modo migliore.

Quindi per diminuire la produzione di gas ad effetto sera e quindi per contribuire al raggiungimento del tredicesimo obbiettivo è necessario perseguire un’agricoltura sostenibile, ovvero, un’agricoltura economicamente vantaggiosa per gli agricoltori, che rispetta l’ambiente e che è socialmente giusta.

A cura di Delphine Plykossa

AGRICOLTURA SOSTENIBILE IN ITALIA
In tema di agricoltura sostenibile l’Italia è ritenuta uno dei paesi più green d’Europa. Già nel 1988 il WWF Italia aveva lanciato l’iniziativa “Campagna per la Campagna” con la quale si voleva sensibilizzare l’ opinione pubblica verso una cultura sostenibile soprattutto in tema di agricoltura.

L’ANBI (Associazione Nazionale Bonifiche Irrigazioni Miglioramenti Fondiari), in collegamento al sensibile tema dell’agricoltura legato ai cambiamenti climatici, come ad esempio i periodi di siccità, ha creato un sistema di irrigazione intelligente, l’IRRIFRAME, basato su un software progettato e sviluppato in Italia che valuta diversi parametri e invia all’agricoltore via computer o smartphone le informazioni su come, quando e quanto irrigare. Questo sistema riduce i consumi idrici e abbassa gli sprechi.

Altro esempio di adattamento è il progetto “Agricoltura Smart” messo in atto dalla più grande azienda agricola italiana, la Bonifiche Ferraresi.

Questa iniziativa ha permesso di installare cinquemila metri quadrati di panelli solari sui tetti delle stalle e della riseria, l’uso di droni, sensori e sistemi di controllo remoto per l’agricoltura di precisione.

INDICE DI SOSTENIBILITÀ’ AMBIENTALE
L’ indice di sostenibilità ambientale è un indicatore delle performance ambientale di una determinata nazione. Grazie a questo indice che mette a confronto i paesi sul piano del cambiamento climatico, dello sfruttamento dell’agricoltura, delle foreste, della biodiversità e dell’utilizzo dell’acqua, si riesce a capire in che misura e in quali ambiti la nazione sta adottando delle pratiche conformi alle regole di uno sviluppo sostenibile.

Questo metodo quantifica le prestazioni ambientali dei Paesi in base a 2 grandi settori: la protezione della salute umana da danni ambientali e la tutela degli ecosistemi.

Nel 2018, sulla base di questo indice, l’Italia si è aggiudica il sedicesimo posto nella classifica internazionale.

https://epi.envirocenter.yale.edu/epi-report-2018/executive-summary

Figure ES-1. The 2018 EPI Rankings. Rank, EPI score, and regional standing (REG, shown in color) for 180 countries. 

Per analizzare nel dettaglio la posizione del Paese Italia in relazione all Indice di sostenibilità ambientale consultare questo link:

https://epi.envirocenter.yale.edu/epi-country-report/ITA

A cura di Delphine Plykossa

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