Le immagini e i video di devastazioni naturali dal 2012 sono all’ordine del giorno. Notizie di persone che tentano di raggiungere i tetti delle proprie abitazioni per sfuggire alle inondazioni, o di persone che fuggono dalle proprie abitudini per le devastazioni causate da tornado, cicloni e terremoti si susseguono continuamente sui social media e nei notiziari. Sono inoltre molte le testimonianze di lavoratori incapaci di allevare le proprie terre e coltivare il proprio bestiame a causa della siccità.
Attraverso i dati raccolti dal CRED (Centre for Research on the Epidemiology of Disasters) nel solo 2012, si sono registrati 310 calamità naturali che hanno prodotto 9330 decessi, 106 milioni di persone colpite e un danno economico stimato pari a circa 138 miliardi di dollari. L’opinione politica internazionale conviene che l’aumento dei rischi e dei disastri ambientali sia strettamente collegato ai cambiamenti climatici, che a sua volta è conseguenza delle attività umane. Non sempre è possibile adattarsi di fronte alle catastrofi che ogni anno urtano il Pianeta e spesso milioni di persone sono costrette a spostarsi e fuggire dai propri habitat, dalle proprie abitudini e dalle proprie abitazioni e Paesi in cerca di condizioni di vita migliori. Queste persone vengono definite rifugiati ambientali.

Il termine rifugiato ambientale è stato coniato, nel 1976, dall’ambientalista statunitense e fondatore del World Watch Institute Lester Brown. Tale termine fu consacrato ufficialmente nel 1985, in un documento dell’International Institute for Environment and Development, grazie al ricercatore egiziano Essam El-Hinnawi, autore del rapporto UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) pubblicato a seguito dei forzati spostamenti di popolazione prodotti dai disastri ambientali di Bophal in India e di Chernobyl in Unione Sovietica. Il ricercatore egiziano definì rifugiati ambientali “persone che sono costrette a lasciare il loro habitat abituale, temporaneamente o per sempre, a causa di una significativa crisi ambientale (naturale e/o provocata da attività umane, come per esempio un incidente industriale) o che sono state spostate in via definitiva da significativi sviluppi economici o dal trattamento e dallo stoccaggio di scarti tossici, mettendo così a repentaglio la loro esistenza e influenzando gravemente la qualità delle loro vite”.
Negli ultimi anni si sono susseguite diverse definizioni di rifugiati ambientali. La più completa è quella proposta da Norman Myers: “I rifugiati ambientali sono persone che non possono più garantirsi mezzi sicuri nelle loro terre di origine principalmente a causa di fattori ambientali di portata inconsueta. Questi fattori comprendono siccità, desertificazione, deforestazione, erosione del suolo e altre forme di degrado del suolo; deficit di risorse come, ad esempio, quelle idriche; declino di habitat urbani a causa di massiccio sovraccarico di sistemi; problemi emergenti quali il cambiamento climatico, specialmente il riscaldamento globale; disastri naturali quali cicloni, tempeste e alluvioni, e anche terremoti, con impatti aggravati da mancati o errati interventi dell’uomo”.

Riconoscimento giuridico del rifugiato ambientale
La Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati è un trattato multilaterale delle Nazioni Unite che definisce chi è un rifugiato e definisce i diritti dei singoli che hanno ottenuto l’asilo e le responsabilità delle nazioni che garantiscono l’asilo medesimo. La convenzione stabilisce anche quali persone non si qualificano come rifugiati. La convenzione definisce il rifugiato come un soggetto costretto ad abbandonare il proprio paese a causa di una persecuzione per motivi di razza, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale, religione o per le proprie opinioni politiche. Le persone che scappano dai loro paesi per ragioni legate al degrado ambientale, dunque, non sono riconosciute dalle leggi internazionali come “rifugiati” e di conseguenza i loro diritti non hanno possibilità di essere tutelati in modo specifico.
Sebbene molti fattori dimostrino l’esistenza dei rifugiati ambientali, non è facile individuare il quadro giuridico a cui fare riferimento. Gli argomenti principali riguardo l’esclusione del riconoscimento dello status di rifugiato per i migranti ambientali sono individuabili nella mancanza del requisito dello spostamento oltre i confini del proprio Paese, nella mancanza dell’elemento persecutorio e nella possibilità, pur sempre teorica, di ritorno nei territori oggetto di cambiamenti e devastazioni ambientali. Coloro che fuggono da terre sconvolte da devastazioni o calamità naturali, però, non hanno la certezza di potervi fare ritorno in quanto il territorio potrebbe venire totalmente compromesso. In riferimento al concetto di persecuzione, che è centrale nella definizione giuridica, di rifugiato, fenomeni naturali come la desertificazione e l’erosione del suolo non minacciano, non torturano e nemmeno imprigionano gli individui, ma li costringono comunque a fuggire dal pericolo reale della persecuzione rappresentata dalla fame.

Per fare in modo che le istituzioni e gli stati si impegnino a proteggere i diritti dei migranti ambientali, è necessario, prima di tutto, riconoscere lo status giuridico di rifugiati alle persone che sono costretti a spostarsi a causa di cambiamenti climatici e disastri ambientali. Si ha la necessità di giungere con massima premura ad una definizione che sia legalmente valida per garantire protezione a questi individui.

Box 1
Il caso del Ciad
Come riporta l’attivista per la difesa dell’ambiente Hindou Oumarou Ibrahim, quando si visita un villaggio del Sahel si rimane stupiti nel vedere comunità composte solo da donne, ragazzi giovani ed anziani. Questo avviene poiché gli uomini si trovano in baraccopoli nelle grandi città alla ricerca di un impiego temporaneo. La causa principale di questo è l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sulla vita degli esseri umani. Una delle conseguenze più volente del cambiamento climatico consiste nel fatto che ruba a uomini e donne la loro dignità. Dall’inizio di questo secolo, in Ciad come in tutta l’Africa la temperatura media è aumentata di oltre 1,5 gradi causando disastri ambientali ad una popolazione che ha sempre convissuto in armonia con la Natura. Le ondate di calore, quando la temperatura supera i 50 gradi, uccidono uomini e bestiame, così come le inondazioni e i mutamenti nel ritmo delle stagioni. Il cambiamento climatico viene quindi paragonato ad un cancro: è una malattia che prosciuga il territorio e il cuore degli uomini che abitano queste zone. Tutte queste condizioni hanno spinto moltissimi uomini ad abbandonare la propria casa e a rischiare la propria vita perchè non ha futuro nel paese in cui è nato. Nessun individuo è felice di abbandonare la propria famiglia, le proprie radici, la propria identità. Nessuno è nato migrante.

Box 2
Il caso dei cittadini zimbabwesi in Sud Africa
Esempio di conflitto urbano causato dai cambiamenti climatici è quello dei zimbabwesi emigrati in Sud Africa. La crisi politica ed economica dello Zimbabwe dal 2000, esasperata nelle zone rurali dalla siccità, ha portato a fughe significative di popolazione rurale. È stato stimato che il 25% della popolazione (3 milioni su una popolazione di 10-12 milioni) è emigrata dal 2000 sono residenti in Sud Africa. Anche se l’occupazione agricola richiama alcuni tra i migranti più poveri e meno qualificati, due gruppi hanno avuto un impatto significativo sui centri urbani sudafricani, in particolare nelle grandi città: migranti ben istruiti, che sono entrati nei settori medi e alti del mercato del lavoro, e grande numeri che lavorano nel settore informale urbano e vivono in baracche. Nel 2008, in seguito ad una crescente povertà in Sud Africa (con il 41% dei cittadini che vivono sotto la soglia di povertà e il 40% privo di lavoro), si sono verificati molti attacchi nei confronti dei migranti urbani zimbabwesi, in quanto visti come concorrenti in ambito lavorativo e non solo. Nel maggio 2008, 150.000 migranti sono stati sfollati e 60 sono morti, con una protezione limitata offerta da parte delle autorità statali, e la maggior parte dell’assistenza proveniente da chiese e associazioni di beneficenza.

A cura di Riccardo Malavasi

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
– Rackete C., Il mondo che vogliamo, Milano, Garzanti, 2019
– Dossier Profughi Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate, Legambiente Onlus 2012
– Dossier Profughi Ambientali: Cambiamento climatico, acqua e migrazioni forzate, Legambiente e CeVI, 2013
– greenme.it

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