AGENDA 2030

Obiettivo 12. Garantire modelli di consumo e di produzione sostenibili

Riduzione di sprechi e di sostanze chimiche, è questo ciò a cui ambisce l’obiettivo 12; vi è la consapevolezza dell’inefficienza dell’attuale modello economico, ed è sempre più evidente la necessità di un cambiamento verso un sistema circolare che miri alla massimizzazione dell’utilizzo, al riciclo e al rinnovo. Ma che ruolo può assumere l’industria tessile nella salvaguardia e nel rispetto del nostro pianeta?

Si tende a sottostimare l’impatto del settore tessile a livello ambientale, sociale ed economico: l’industria tessile si posiziona al secondo posto tra le maggiori responsabili dell’inquinamento globale con una produzione di 1,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno.

Persiste la tendenza a vedere il prodotto finale, ovvero il capo di abbigliamento, in maniera sconnessa rispetto ai processi che ne hanno permesso la realizzazione e alle materie prime che sono state impiegate per il suo confezionamento. È da riconoscere però il cambiamento di mentalità che è in atto sia dal lato dell’offerta, le aziende, che da quello della domanda, il consumatore.

In Italia, tale presa di coscienza ha portato all’aumento di comportamenti etici e mirati alla sostenibilità ambientale e sociale: a 20 anni dall’approvazione del decreto Ronchi è evidente la trasformazione avvenuta nella gestione dell’immondizia, secondo i dati Ispra (https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/venti-anni-d-lgs-22-cambiato-pianeta-rifiuti-italia/#more-11048) la raccolta differenziata nel 1997 era inferiore al 9%, nel 2015 ammontava invece al 47,6%.

Per quanto riguarda la filiera del tessile sono numerose le aziende che hanno scelto la strada della sostenibilità nell’ultimo decennio, a confermarlo è il rapporto Destination zero – seven years of detoxing the clothing industry (https://storage.googleapis.com/planet4-international-stateless/2018/07/Toxic_v14.pdf) pubblicato da Greenpeace nel luglio scorso, nel quale vengono evidenziati i passi in avanti fatti nell’ambito della sostenibilità dalle 80 aziende che hanno aderito alla campagna Detox lanciata da Greenpeace nel 2011. Tali aziende si sono impegnate nella rimozione delle sostanze chimiche pericolose in tutte le fasi della filiera produttiva e hanno conseguito la totale eliminazione dei PFC, che sono composti poli- e per-fluorurati Il raggiungimento di numerosi traguardi da parte delle aziende coinvolte nella campagna ha dimostrato che una produzione priva di sostanze chimiche nocive non è un’utopia, bensì una possibilità reale.

IL FENOMENO DELLA FAST FASHION

Nel report “ A new textiles economy: Redesigning fashion’s future”(https://www.ellenmacarthurfoundation.org/assets/downloads/publications/A-New-Textiles-Economy_Full-Report.pdf) pubblicato da Ellen MacArthur Foundation l’attenzione viene focalizzata sulla necessità di ripensare a livello globale il sistema della filiera tessile e la proposta avanzata è quella di sviluppare un modello che permetta la riduzione dell’impatto che il settore dell’industria tessile ha sull’ambiente e sulla salute umana. Attualmente sta prendendo sempre più piede un nuovo fenomeno denominato FAST FASHION, letteralmente traducibile come moda veloce, che si basa sul continuo lancio da parte di determinati brand, quali Zara, H&M, UNIQLO, GAP, Forever 21 e Topshop, di nuovi prodotti allo scopo di rimanere aggiornati sui nuovi trends e di continuare ad essere concorrenziali. Ma da solo l’elemento della novità non avrebbe mai permesso la diffusione di tale fenomeno, ad esso è stato infatti affiancato un ulteriore elemento: l’accessibilità del prezzo, è principalmente questa a invogliare all’acquisto sempre più frequente di nuovi capi. Sono pochi però i consumatori che si interrogano sul perché di quel prezzo tanto basso e allettante, come può una maglietta costare meno di 5€? E qui entrano in campo la componente ambientale e quella umana: quel numero nasconde inquinamento, sfruttamento, utilizzo di sostanze potenzialmente tossiche.

CAMPAGNE: si segnalano alcune campagne realizzate per lottare il consumismo e sensibilizzare rispetto all’inquinamento ambientale dovuto all’industria tessile. Vi è il bisogno di una nuova mentalità e di una maggiore consapevolezza delle ombre del settore tessile.

CONSIGLI PRATICI: Dress The Changeè una piattaforma che si occupa di moda etica e che fornisce informazioni e guide che consentono di acquistare capi di abbigliamento in maniera responsabile e sostenibile. http://dressthechange.org/

A cura di Giorgia Capiotto

L’IMPATTO AMBIENTALE DELL’INDUSTRIA TESSILE

L’industria dell’abbigliamento può essere descritta attraverso le seguenti due parole: inefficiente e inquinante. Tale settore prevede un sistema lineare di produzione, consumo e smaltimento che genera spreco e che non prevede la possibilità di riciclo o riutilizzo dei tessuti adoperati per confezionare i capi, da ciò deriva la sua inefficienza. Lo spreco caratterizza l’intero processo, nellafigura 1 è palese la quantità spropositata di risorse quali acqua ed energia, che vengono impiegate nella ,realizzazione dei tessuti e quella di CO2 che viene emessa.

Alla produzione segue un consumo sempre più limitato nel tempo, si parla perciò di sottoutilizzazione in quanto il consumatore smette di indossare il capo quando esso è ancora in buone, quando non ottime, condizioni. Ciò accade principalmente per esigenze legate allo stare al passo con la moda. È stato stimato che a livello mondiale un indumento, prima di non essere più utilizzato, viene portato un numero di volte nettamente inferiore rispetto a 15 anni fa, più precisamente la diminuzione è stata mediamente del 36% ma vi sono picchi che arrivano al 70% come in Cina (fonte: Euromonitor International Apparel & Footwear 2016 Edition (volume sales trends 2005–2015); World Bank, World development indicators – GD (2017). La sottoutilizzazione ha un impatto negativo sull’ambiente poichè contribuisce alla sua degradazione e a quella dei suoi ecosistemi dato l’incremento di produzione che segue a questo fenomeno.

Per approfondire l’argomento:

http://riverbluethemovie.eco/si tratta di un documentario che mira a rendere maggiormente consapevoli rispetto a uno dei maggiori colpevoli dell’inquinamento ambientale: l’industria tessile, in particolare quella del denim.

Il Citarum, che attraversa l’Indonesia, è il fiume più inquinato al mondo e ciò si deve alle tantissime sostanze tossiche rilasciate in esso dalle fabbriche tessili.https://www.popoffquotidiano.it/2018/01/31/citarum-fiume-piu-contaminato-del-mondo/

A cura di Giorgia Capiotto

L’IMPATTO DELL’INDUSTRIA TESSILE SULLA SALUTE DELL’ESSERE UMANO

http://www.abitipuliti.org/wp-content/uploads/2014/05/Tra-i-panni-sporchi-del-Bangladesh.pdf

24 aprile 2013: crollo dell’edificio tessile Rana Plaza di Savar che causò la morte di 1.129 persone e 2.515 feriti. È erroneo definire la vicenda incidente perché a caratterizzare quest’ultimo è l’imprevedibilità, è invece più corretto parlare di omicidio industriale. La tragedia è avvenuta a causa dell’assenza di sicurezza nel posto di lavoro, sicurezza che non trova posto nel mondo della fast fashion, è ciò che afferma Rubana Huq, a capo del Mohammadi Group, che produce per H&M: «Io non mi lamento. Ma se per una camicia da 6,75 dollari, 4,75 vanno per la stoa, 1 per etichette e altri accessori richiesti dal committente, resta un dollaro per salari e profitto. E la sicurezza? Vi sembra sostenibile?». Per riuscire a sostenere prezzi così bassi le aziende di abbigliamento devono prendere delle decisioni e tra profitto e sicurezza, purtroppo, stanno continuando a scegliere esclusivamente la prima ma le conseguenze di tale scelta non sono invisibili.

4 marzo 2019: una fabbrica di abbigliamento della periferia di Dhaka prende fuoco, sono 8 i feriti.

Dopo 6 anni la sicurezza all’interno degli stabilimenti continua a non essere garantita e la sua importanza sottovalutata. Quanti edifici dovranno crollare o prendere fuoco, quante persone dovranno morire o essere ferite prima che vengano puniti i colpevoli e sanata la situazione?

Per approfondire l’argomento:

https://truecostmovie.com/in tale documentario vengono affrontati i temi dello sfruttamento della forza lavoro, della sicurezza e della nocività per la salute umana che hanno sostanze potenzialmente tossiche impiegate nella produzione tessile come per esempio il cromo che ha effetti sull’apparato gastrointestinale dell’essere umano.

Al seguente link si possono trovare informazioni rispetto alla pericolosità di determinate sostanze presenti nei tessuti:https://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/05/11/news/vestiti_tossici_l_inquinamento_addosso-137372724/

A cura di Giorgia Capiotto

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